Il 9 giugno 2020 la Corte costituzionale si è pronunciata sul carcere ai giornalisti per il reato di diffamazione. In sostanza, la Consulta ha deciso di non decidere…. per il momento.

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Il carcere ai giornalisti previsto dalla normativa attuale

Il codice penale prevede che, per la diffamazione a mezzo stampa, il colpevole (spesso un giornalista) possa essere condannato anche alla reclusione. L’articolo 595 c.p. comma 3 punisce la diffamazione aggravata – cioè commessa con il mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico – con la reclusione da sei mesi a tre anni o la multa non inferiore a 516 euro.

Inoltre, la legge sulla stampa (L. 47 del 1948), all’art. 13, inasprisce le pene per la diffamazione a mezzo stampa consistente nell’attribuzione di un fatto determinato. In questo caso la pena può arrivare a sei anni di reclusione oltre alla multa non inferiore a 256 euro.

Le questioni di costituzionalità sul carcere ai giornalisti

La pena della reclusione per il reato di diffamazione è – nella pratica – raramente applicata e spesso sospesa. Tuttavia, rimane la possibilità che un giornalista – o chiunque altro commetta la diffamazione aggravata – finisca in carcere. Molti giuristi e l’Ordine dei giornalisti hanno auspicato l’abrogazione della pena della reclusione per il reato di diffamazione, ritenendola sproporzionata per un delitto che consiste – in fin dei conti – in un’espressione del pensiero.

Questa posizione trova sostegno nella giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale ha più volte ritenuto contraria alla Convenzione EDU la previsione del carcere per il reato in questione. (Si veda la sentenza CEDU, Sallusti c. Italy, del 7 marzo 2019, ric. n. 22350/13).

Le questioni sollevate dai Tribunali di Salerno e di Bari

I Tribunali di Salerno e di Bari hanno sollevato la questione sulla legittimità costituzionale della pena detentiva prevista in caso di diffamazione a mezzo stampa, riferendosi in particolare all’articolo 21 della Costituzione e all’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che tutelano la libertà di espressione del pensiero.

Secondo il Tribunale di Salerno, l’attuale normativa violerebbe gli articoli 3 e 21 Cost. perché la pena della reclusione sarebbe irragionevole e sproporzionata rispetto alla manifestazione del pensiero. Inoltre, risulterebbero contraddetti anche il principio di offensività (art. 25 Cost.) e il principio della finalità rieducativa della pena (art. 27 Cost.).

Secondo il Tribunale di Bari, sarebbe incostituzionale l’articolo 13 della legge sulla stampa (L. n. 47 del 1948) nella misura in cui punisce la diffamazione a mezzo stampa consistente nell’attribuzione di un fatto determinato con la pena cumulativa della reclusione (da uno a sei anni) e della multa (non inferiore a 256 euro). Al contrario, secondo il giudice rimettente le pene dovrebbero essere almeno alternative.

Per entrambi i Tribunali, la possibilità di applicare il carcere ai giornalisti contrasterebbe con la costante giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Quest’ultima non ritiene proporzionata e compatibile con la libertà di espressione la pena detentiva per diffamazione a mezzo stampa, tranne in casi eccezionali.

La decisione della Corte costituzionale

In attesa della pubblicazione dell’ordinanza, la Consulta ha rilasciato un comunicato stampa il 9 giugno, anticipando la sua decisione.

Secondo la Corte, la soluzione della questione concernente la previsione della pena detentiva per il delitto di diffamazione a mezzo stampa richiede «una complessa operazione di bilanciamento tra la libertà di manifestazione del pensiero e la tutela della reputazione della persona, diritti entrambi di importanza centrale nell’ordinamento costituzionale. Una rimodulazione di questo bilanciamento, ormai urgente alla luce delle indicazioni della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, spetta in primo luogo al legislatore

La Corte costituzionale, considerando che sono in corso di esame al Parlamento diversi progetti di legge sulla questione, ha rinviato la decisione al 22 giugno 2021 per lasciare tempo alle Camere di approvare una nuova disciplina in tema di diffamazione e di carcere ai giornalisti.

Se il Parlamento non troverà una soluzione nel prossimo anno, allora è probabile che la Consulta intervenga, questa volta con una decisione definitiva.

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