Vuoi sapere come si fa una denuncia per diffamazione? Oppure hai ricevuto una denuncia per diffamazione e vuoi sapere le conseguenze e il modo per difenderti? Continua a leggere per scoprire tutto…

Indice

Sono stato diffamato: quando posso denunciare?

Per sapere come e quando denunciare (anzi: querelare) per un caso di diffamazione, chiediamoci prima quando sussiste il reato di diffamazione…

In linea generale, possiamo dire che il reato di diffamazione si verifica quando si offende la reputazione di una persona assente, comunicando con più persone. Inoltre, come per ogni reato, l’offensore deve aver agito con coscienza e volontà, con la consapevolezza di offendere la reputazione della persona offesa.

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È un reato previsto dall’articolo 595 del codice penale. L’articolo 597 dispone che si tratta di un delitto punibile a querela. Ciò significa che la persona offesa dalla diffamazione deve manifestare la volontà che si proceda contro il colpevole. Infatti, benché si utilizzi spesso l’espressione “denuncia per diffamazione”, tecnicamente la persona offesa presenta una “querela”, la quale ha caratteristiche diverse dalla “denuncia”.

Disciplina della querela per diffamazione

Abbiamo detto che, se la persona offesa da un atto di diffamazione vuole ottenere giustizia in ambito penale – e magari ottenere un risarcimento costituendosi parte civile nel processo – è necessario proporre querela.

L’art. 120 del codice penale stabilisce che ogni persona offesa ha diritto di querela, se il reato in questione non è procedibile d’ufficio (oppure dietro richiesta o istanza). Per coloro che sono considerati incapaci di proporre autonomamente querela, cioè i minori di quattordici anni e gli interdetti per cause di infermità mentale, il diritto è esercitato dai genitori o dal tutore. Invece, i minori che hanno già compiuto quattordici anni (come anche gli inabilitati) possono proporre querela direttamente. In questa ipotesi, il genitore, il tutore o il curatore possono comunque esercitare il diritto di querela, persino quando il minore o l’inabilitato abbia espresso volontà contraria alla presentazione della querela.

Termini, rinuncia e … morte

Entro quando si deve presentare la querela? C’è un limite di tempo? Sì, il limite corrisponde a tre mesi dal momento in cui la persona offesa riceve notizia del fatto di reato. Una volta proposta la querela, essa può anche essere revocata. In materia di diffamazione esiste un caso particolare di rinuncia o rimessione della querela. Esso si verifica quando la persona offesa o l’offensore si avvalgono di una facoltà prevista dall’art. 596 c.p.: cioè se – nell’ipotesi in cui la diffamazione consista nell’attribuzione di un fatto determinato – deferiscono a un giurì d’onore il giudizio sulla verità di quel fatto.

L’articolo 597 del codice penale, che disciplina alcuni aspetti della querela proprio nel caso specifico della diffamazione, offre anche un rimedio per il caso in cui la persona offesa morisse prima di aver proposta querela (se non è ancora decorso il termine per proporla). In questa ipotesi, i prossimi congiunti dell’offeso (cioè gli ascendenti, i discendenti, il coniuge, i fratelli e le sorelle, gli affini entro lo stesso grado, gli zii e i nipoti), e anche l’adottante e l’adottato, possono esercitare il diritto di querela in nome del defunto. La stessa possibilità esiste anche quando le dichiarazioni diffamatorie riguardassero una persona già defunta: anche in questo caso i prossimi congiunti, l’adottante e l’adottato, possono proporre querela per difendere la memoria della persona defunta.

Raccogliere gli elementi di prova

Un consiglio per coloro che intendessero iniziare una causa per diffamazione: può essere buona idea “assicurarsi” in qualche modo delle fonti di prova della dichiarazioni offensive.

In particolare, nel caso in cui la diffamazione avvenga su internet (su siti web o sui social). Potrebbe essere problematico suscitare reazioni che portino alla cancellazione delle dichiarazioni diffamatorie, prima di aver raccolto gli elementi di prova con valore legale.

Ad esempio, immaginiamo il caso in cui Tizio sia stato diffamato su Facebook. Tizio potrebbe – tramite gli appositi moduli e procedure messi a disposizione dal popolare social – segnalare persona o contenuti inappropriati affinché vengano rimossi. Tuttavia, se Tizio non ha prima pensato a raccogliere gli elementi di prova delle dichiarazioni offensive, ci potrebbe essere il rischio ostacolare poi una eventuale azione in giudizio. Potrebbe rivelarsi difficile provare in seguito il tenore delle dichiarazioni e la responsabilità del colpevole, se i contenuti sono stati nel frattempo rimossi. La stessa difficoltà può sorgere se il colpevole cancella le prove prima di essere formalmente indagato. Conviene dunque anzitutto raccogliere le fonti di prova con valore legale e – se necessario – verificare chi sia realmente l’autore delle dichiarazioni.

Altre osservazioni riguardo alla diffamazione su internet…

Oggigiorno, la possibilità e la facilità delle comunicazioni su internet pongono ulteriori questioni sulla raccolta degli elementi di prova, quando la diffamazione avviene online. Esistono servizi, reperibili online, che permettono di acquisire le pagine (o i post o commenti) diffamatorie, in modo da attribuire un più forte valore. In questi modi si può garantire l’origine e l’integrità del documento.

Ad esempio, il servizio a pagamento offerto da “Legal Eye” (https://www.legaleye.cloud/public) produce un report certificato sul documento informatico che si intende acquisire come prova. Produce anche la marca temporale unitamente ai file registrati per fornire la prova digitale con valore legale.

Inoltre, su internet è ancora più importante cercare ogni elemento utile a identificare il responsabile delle espressioni offensive, in quanto è facile nascondersi dietro uno pseudonimo o utilizzare un account fasullo. Svolgere prima qualche “indagine” in questo senso può facilitare in seguito le indagini dell’autorità giudiziaria e agevolare la definizione del processo. In questo contento, è possibile anche ricorrere a “testimoni”, cioè altre persone che abbiamo letto l’articolo, il commento, il post offensivo.

Come si scrive una denuncia per diffamazione?

Come precedentemente spiegato, l’atto tramite il quale si porta a conoscenza delle autorità il reato di diffamazione e si manifesta la volontà che si proceda contro il colpevole, è la “querela”. La querela è una dichiarazione che normalmente contiene:

  • le generalità della persona offesa che presenta la querela (personalmente o tramite l’avvocato).
  • la descrizione del fatto (cosa è successo?) nelle sue circostanze precise di tempo, luogo e modalità (quando? dove? come?). Si possono aggiungere i dettagli che rivelano la gravità del fatto. Ad esempio, nell’ipotesi di diffamazione sui social, si potrebbero inserire il numero di persone approssimativo che possono aver letto il post/commento diffamatorio.
  • il giorno in cui si è acquisita notizia del reato.
  • le fonti di prova note in quel momento (incluse le persone che potrebbero eventualmente testimoniare).
    colpevole dopo denuncia per diffamazione
  • se possibile, le generalità e tutto ciò che possa servire a identificare il colpevole.
  • la richiesta che si proceda contro il colpevole per il reato commesso.

La querela può essere presentata oralmente o per iscritto a una delle seguenti autorità: pubblico ministero, polizia giudiziaria (ad esempio, ai Carabinieri o alla polizia postale) oppure ad un agente consolare all’estero. Deve essere presentata entro tre mesi dalla notizia del reato.

Alternative alla “denuncia per diffamazione”…

Non sempre è necessario proporre una “denuncia per diffamazione”, cioè proporre querela, e quindi fare in modo che il colpevole risponda in sede penale e sia condannato a una pena. Ci sono altri modi che potrebbero – in alcuni casi – soddisfare le pretese e le aspettative della persona offesa…

Anzitutto è possibile agire in via stragiudiziale, cioè al di fuori e prima di un processo. Alcune persone offese da dichiarazioni diffamatorie potrebbero accontentarsi di vedere rimossa e/o rettificata la dichiarazione diffamatoria. Poniamo l’esempio che qualcuno sia stato offeso da dichiarazioni lesive della sua reputazione, apparse all’interno di un articolo su un blog o un quotidiano online. Alla persona offesa potrebbe bastare che il blog o il quotidiano successivamente elimini quelle dichiarazioni dall’articolo, e magari offra pari visibilità ad una correzione o rettifica la quale ristabilisca la verità.

Come fare in questo caso? Si può semplicemente inviare una lettera o altra comunicazione – scritta dall’offeso o meglio ancora da un avvocato – intimando il responsabile del blog o la redazione del quotidiano alla rettifica. (Approfondisci la questione leggendo l’articolo sulla “Diffamazione a mezzo stampa“). In aggiunta la persona offesa può minacciare di ricorrere ad un’azione legale se la sua formale richiesta non trovasse riscontro. Questa semplice richiesta potrebbe – alcune volte – essere sufficiente a riparare in qualche modo la reputazione offesa. Naturalmente, se l’intimazione non trovasse riscontro per l’indisponibilità dei responsabili, non resterebbe che far valere le proprie ragioni davanti all’autorità giudiziaria.

Alcune piattaforme online potrebbero mettere a disposizione altri strumenti per rimuovere dichiarazioni diffamatorie, “bloccare” il colpevole, e così attenuare in qualche modo le conseguenze del reato. Ad esempio, su Facebook, si possono segnalare i contenuti non appropriati, bloccare o segnalare l’utente offensore. Inoltre, si possono richiedere la cancellazione delle espressioni lesive, mediante le procedure indicate dall’Assistenza Facebook.

Domandare il risarcimento in ambito civile

Un’altra strada che si può percorrere, diversa dal processo penale e dalla denuncia per diffamazione, è di citare il responsabile delle dichiarazioni diffamatorie davanti al giudice civile. In questo modo la persona offesa potrebbe ottenere il risarcimento del danno cagionato alla sua reputazione. Qui non si tratta di chiedere che venga affermata la responsabilità penale del colpevole per un reato, ma di condannare il colpevole in sede civile ad un risarcimento pecuniario per il danno causato. Davanti al giudice civile, bisognerà dimostrare che sussiste effettivamente un danno ingiusto alla reputazione… e che questo danno è stato causato colpevolmente (o dolosamente) dall’offensore. (Si veda l’art. 2043 del codice civile).

La causa sarà di competenza del giudice di pace se la valutazione del risarcimento del danno è inferiore ai 2500 euro. I tempi in questo caso sono relativamente brevi. Per risarcimenti superiori ci si rivolgerà al Tribunale, il quale normalmente impiega più tempo (anche qualche anno).

I tipi di danno…

È possibile chiedere il risarcimento sia del danno patrimoniale che non patrimoniale. Il danno patrimoniale consiste nel “danno emergente” e nel “lucro cessante”. Ad esempio, a causa della diffamazione potrebbe essere stata danneggiata la reputazione dell’azienda o semplicemente la reputazione professionale della persona offesa. Se ciò ha prodotto un ingiusto danno economico (anche un minor guadagno) allora ci sarà un danno patrimoniale risarcibile. Il danno non patrimoniale invece consiste nel danno biologico, morale e esistenziale. Nel caso della diffamazione viene in considerazione soprattutto il danno morale (la sofferenza soggettiva) e quello esistenziale. Quest’ultimo rappresenta il danno causato alle relazioni che abbiamo con gli altri, a livello familiare o sociale, o comunque il disagio in relazione con il nuovo contesto ambientale venutosi a creare con il reato.

Il giudice civile – se ritiene fondata la domanda – potrà così condannare il responsabile a versare alla persona offesa (parte attrice) una somma determinata equitativamente. Accoglierà eventualmente anche la quantificazione del danno prospettata dalla parte attrice.

La richiesta di risarcimento del danno alla reputazione potrà anche essere proposta nell’ambito del processo penale. In questo caso la persona offesa dovrà costituirsi “parte civile” nel giudizio teso a stabilire la responsabilità penale del querelato.

Ho ricevuto una denuncia per diffamazione: cosa posso fare?

Esaminiamo ora l’ipotesi opposta, cioè quella di chi teme – o ha già ricevuto – una “denuncia per diffamazione”. In altre parole, qualcuno ha (si presume) proferito, scritto o altrimenti espresso dichiarazioni che qualcun altro considera offensive alla propria reputazione. La persona offesa ha quindi fatto sapere di volere proporre querela. Oppure il responsabile delle dichiarazioni presuntamente diffamatorie ha ricevuto notizia di essere stato querelato o ha ricevuto avviso che sono state effettuate indagini nei suoi confronti per il reato di cui all’art. 595 c.p.

In queste situazioni il responsabile delle dichiarazioni cosa può fare?

Se riconosce il proprio torto, si può provare – nei limiti del possibile – a cancellare gli effetti del proprio comportamento e a riparare in qualche modo l’ingiustizia commessa. Ciò anche nella speranza che la persona offesa sia “soddisfatta” e non proponga querela oppure – se l’ha già proposta – la revochi. Ad esempio, se la diffamazione è consistita in dichiarazioni scritte su un articolo o sui social, si potrebbe tempestivamente correre ai ripari eliminando (se possibile) le dichiarazioni e comunque – riconoscendo le proprie responsabilità e facendo prova di buona volontà – dare evidenza ad una rettifica.

Ciò può essere utile anche quando la persona offesa persiste nella sua volontà di procedere penalmente contro il colpevole. Infatti, la buona volontà di quest’ultimo può portare a un trattamento più benigno da parte del giudice.

Difendersi in giudizio…

Nel caso in cui sia ormai impossibile porre rimedio, oppure nel caso il responsabile delle dichiarazioni è convinto di non aver commesso alcun reato, è meglio prepararsi a difendersi… E quindi – quando occorra – cercare un buon avvocato!

In giudizio il querelato potrà evitare la condanna se (il suo difensore) riuscirà a convincere il giudice che:

  • non sussistono dichiarazioni diffamatorie. In altre parole, le dichiarazioni non sono mai avvenute, oppure sono avvenute ma non offendono in alcun modo la reputazione del querelante. La “denuncia per diffamazione” era infondata.
  • il presunto responsabile non è in realtà il vero responsabile delle dichiarazioni diffamatorie (ad esempio, vi è stata confusione sull’autore dell’articolo diffamatorio).
  • le dichiarazioni offendevano effettivamente la reputazione dell’offeso, tuttavia il presunto responsabile non ha commesso reato per mancanza di dolo. (Oppure, per mancanza di colpa nei casi in cui determinati soggetti – come il direttore o vicedirettore di un periodico, o l’editore – possano essere condannati per omesso o insufficiente controllo sui contenuti pubblicati).
  • le dichiarazioni compromettevano la reputazione della persona offesa, tuttavia il responsabile non ha commesso reato in quanto il suo comportamento è giustificato perché:
    • ha esercitato semplicemente il diritto di critica: le espressioni denigratorie si risolvevano in un giudizio soggettivo / valutativo, espresso in modo contenuto e ragionevole, senza che venissero attribuiti alla persona offesa fatti non veri.
    • ha esercitato il diritto di cronaca: il responsabile ha riportato un fatto – magari negativo per l’offeso – ma vero, in un modo che non tradiva la mera volontà di offendere. Inoltre, sussisteva un interesse sociale alla conoscenza di quel fatto. (Puoi approfondire il diritto di cronaca leggendo questo articolo).

Ancora, il querelato non potrà essere punito per il presunto reato se…

  • il fatto è stato commesso in stato d’ira, immediatamente dopo – e a causa di – un fatto ingiusto altrui (art. 599 c.p.).
  • le espressioni offensive erano presenti in scritti o discorsi pronunciati come parte in un procedimento davanti all’autorità giudiziaria o amministrativa. Allo stesso tempo, le offese riguardavano l’oggetto di una causa o di un ricorso amministrativo (art. 598 c.p.).
  • il reato di diffamazione si è in qualche modo “estinto” (ad esempio, per il trascorrere di un certo tempo in virtù della “prescrizione”).
  • Infine, che in ogni caso le prove avanzate per sostenere la responsabilità penale del presunto reo sono insufficienti o contraddittorie.

Questi sono in linea generale i motivi che faranno sì che una persona imputata per il reato di diffamazione non venga alla fine condannata. (Se ti trovi in una situazione simile, o magari temi una denuncia per diffamazione, puoi chiedere una consulenza cliccando qui).

Altre ipotesi di non punibilità

Altre ipotesi in cui il responsabile di affermazioni (presuntamente) diffamatorie non è punibile, sono quelle contenute nell’articolo 596 del codice penale.

Dopo aver stabilito che la prova della verità o della notorietà del fatto attribuito alla persona offesa, non è di per sé sufficiente a discolpare il colpevole, l’articolo continua elencando una serie di ipotesi particolari. Queste riguardano casi in cui la diffamazione consiste nell’attribuzione di un fatto determinato…

  • la persona offesa e l’offensore possono di comune accordo, prima che sia pronunciata sentenza irrevocabile, deferire ad un giurì d’onore il giudizio sulla verità del fatto. In questo caso, se la verità del fatto è provata, allora l’autore della dichiarazione non è punibile… Salvo che i modi usati non fossero per se stessi offensivi.
  • la prova della verità del fatto determinato è sempre ammessa nel procedimento penale in tre casi:
    1. Se la persona offesa è un pubblico ufficiale e il fatto si riferisce all’esercizio delle sue funzioni.
    2. Qualora, per il fatto attribuito, è aperto o si inizia, nei confronti dell’offeso, un procedimento penale.
    3. Se la persona offesa chiede formalmente che il giudizio si estenda ad accertare se il fatto a lei attribuito sia vero o falso.

Nei tre casi, se la verità del fatto è provata oppure la persona a cui il fatto è stato attribuito viene, in seguito, condannata per esso, allora l’autore delle dichiarazioni non è punibile. (Ad eccezione dell’ipotesi, come sopra, in cui i modi usati fossero in se stesi offensivi).

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