Bisogna conoscere la giurisprudenza sul diritto all’oblio se si vuole conoscere questo “nuovo” diritto, che acquisisce sempre maggiore importanza nella società dell’informazione. Il diritto all’oblio può definirsi il diritto di ogni persona a ottenere che non siano ulteriormente diffusi dati o notizie, legittimamente divulgati tempo fa, che recano attualmente una offesa ingiustificata all’onore, reputazione o alla riservatezza. Inoltre, lo stesso diritto permette di ottenere la cancellazione dei propri dati personali da elenchi, archivi o registri nei quali sono conservati o trattati da un titolare del trattamento dei dati.

Il diritto all’oblio ha attirato sempre di più l’attenzione della giurisprudenza sovranazionale e nazionale. I giudici della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e, in Italia, la Corte di cassazione hanno progressivamente messo in luce i vari aspetti della questione. Vediamo dunque la più significativa giurisprudenza sul diritto all’oblio.

Corte di Giustizia dell’Unione Europea

La Corte di Giustizia, con sentenza 13 maggio 2014 (nella causa C-131/12 Google Spain), si è pronunciata in un caso in cui il ricorrente pretendeva la rimozione dal motore di ricerca Google di informazioni su una vecchia situazione debitoria e di insolvenza. La Corte ha riconosciuto il diritto dell’interessato a chiedere «che l’informazione in questione non venga più messa a disposizione del grande pubblico» tra i risultati dell’elenco di ricerca online, anche qualora il sito fonte dell’informazione non l’abbia rimossa. Questo diritto prevarrebbe sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca nonché sull’interesse pubblico alla conoscenza della notizia, salvo che ricorrano ragioni particolari «come il ruolo ricoperto da tale persona nella vita pubblica». Peraltro, la Corte ha sottolineato – nel caso di specie – il lungo lasso di tempo trascorso (sedici anni) dalla data di pubblicazione originaria.

Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

La sentenza del 19 ottobre 2017 della Corte EDU ha affermato la prevalenza del diritto della generalità dei consociati alla conoscenza dei fatti, rispetto al diritto di oblio di un soggetto, se – come nel caso di specie – la pubblicazione della notizia ha contribuito ad un dibattito di interesse generale. La sentenza riguardava la pubblicazione da parte di un importante quotidiano tedesco di una notizia riguardante il coinvolgimento di un uomo d’affari in vicende di corruzione. L’uomo d’affari aveva chiesto ai giudici tedeschi di ordinare la cancellazione delle notizie dalla rete. Successivamente, aveva fatto ricorso alla Corte EDU ritenendo violato il diritto al rispetto della vita privata e familiare. La Corte EDU ha concordato con la decisione dei giudici tedeschi, i quali avevano respinto la richiesta, tenuto conto dell’influenza dell’interessato nella società e dell’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti.

Giurisprudenza sul diritto all’oblio della Corte di cassazione

Giurisprudenza civile

La prima volta che la giurisprudenza di legittimità ha trattato un modo espresso il diritto all’oblio è nella sentenza 9 aprile 1998, n. 3679 (Cass. civ.). La Corte aveva evidenziato un «nuovo profilo del diritto alla riservatezza, recentemente definito anche come diritto all’oblio, inteso come giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia in passato legittimamente divulgata».

La sentenza della Cassazione civ. 24 aprile 2008, n. 10690, ha precisato che «la libertà di stampa prevale sul diritto alla riservatezza e all’onore, purché la pubblicazione sia giustificata dalla funzione dell’informazione e sia conforme ai canoni della correttezza professionale». In particolare, deve sussistere «un apprezzabile interesse del pubblico alla conoscenza dei fatti privati».

In un caso relativo alla divulgazione delle abitudini sessuali di una persona divenuta famosa perché imputato per un grave reato di violenza, la Suprema Corte ha dichiarato che il giornalista può diffondere dati sensibili senza il consenso del titolare se la diffusione della notizia è “essenziale” ai sensi dell’art. 6 del codice deontologico dei giornalisti. Cioè, indispensabile in considerazione dell’originalità del fatto o dei modi in cui è avvenuto. Una valutazione che costituisce accertamento in fatto rimesso al giudice di merito. (Cass. civ. sentenza 12 ottobre 2012, n. 17408).

La sentenza n. 5525 del 5 aprile 2012 Cass. civ. si riferì al diritto all’oblio anche come diritto «a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultino ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati».

In ordine alla conservazione di dati personali in registri gestiti da soggetti pubblici, la giurisprudenza di legittimità ha puntualizzato quanto segue. L’interessato non ha diritto alla cancellazione dei dati iscritti «allorquando [la conservazione] sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui» (Cass. sent. 9 agosto 2017, n. 19761).

Pronunce recenti

L’ordinanza Cass. civ. 20 marzo 2018, n. 6919, in relazione alla vicenda di un noto cantante, ricordò che «la pubblicazione di una informazione concernente una persona determinata, a distanza di tempo da fatti ed avvenimenti che la riguardano, non può che integrare la violazione del fondamentale diritto all’oblio». Ciò varrebbe salvo che la persona rivesta un ruolo pubblico particolare oppure che la notizia mantenga nel tempo un interesse pubblico.

Le Sezioni Unite

La Cassazione, a Sezioni Unite, ha recentemente riconosciuto il diritto all’oblio di una persona che, pur essendo stata condannata per omicidio molti anni prima, aveva chiesto che non venisse ulteriormente divulgata la notizia del suo crimine mediante un articolo di giornale. (Cassazione SS.UU. Civ. sent. 4 giugno 2019 n. 19681/2019). L’articolo di stampa aveva rievocato l’episodio di cronaca nera avvenuto nel lontano 1982: il colpevole era stato condannato ed aveva espiato dodici anni di reclusione. La circostanza che l’articolo di stampa avesse rievocato questo episodio di cronaca nera a distanza di decenni – senza che sussistesse un particolare attuale interesse del pubblico – aveva procurato gravi danni all’interessato, sia di natura patrimoniale (perdita del lavoro) che non patrimoniale. Era stato pertanto violato il diritto all’oblio dell’ex condannato.

La Corte ha comunque evidenziato che «il bilanciamento tra l’interesse del singolo ad essere dimenticato e quello opposto della collettività a mantenere viva la memoria di fatti a suo tempo legittimamente divulgati presuppone un complesso giudizio nel quale assumono rilievo decisivo la notorietà dell’interessato, il suo coinvolgimento nella vita pubblica, il contributo ad un dibattito di interesse generale, l’oggetto della notizia, la forma della pubblicazione ed il tempo trascorso dal momento in cui i fatti si sono effettivamente verificati.»

Le Sezioni Unite hanno enunciato il seguente principio di diritto: «In tema di rapporti tra il diritto alla riservatezza (nella sua particolare connotazione del c.d. diritto all’oblio) e il diritto alla rievocazione storica di fatti e vicende concernenti eventi del passato, il giudice di merito […] ha il compito di valutare l’interesse pubblico, concreto ed attuale alla menzione degli elementi identificativi delle persone che di quei fatti e di quelle vicende furono protagonisti. Tale menzione deve ritenersi lecita solo nell’ipotesi in cui si riferisca a personaggi che destino nel momento presente l’interesse della collettività, sia per ragioni di notorietà che per il ruolo pubblico rivestito; in caso contrario, prevale il diritto degli interessati alla riservatezza rispetto ad avvenimenti del passato che li feriscano nella dignità e nell’onore e dei quali si sia ormai spenta la memoria collettiva.»

Giurisprudenza sul diritto all’oblio in ambito penale

Anche la giurisprudenza penale si è pronunciato sul tema del diritto all’oblio. La sentenza 22 giugno 2017, n. 38747 riguardava un processo per diffamazione contro un giornalista e il direttore di un noto periodico in relazione a un articolo su Vittorio Emanuele di Savoia. L’articolo aveva menzionato la notizia dell’uccisione di un uomo per colpa di quest’ultimo, un fatto avvenuto molti anni prima. La Corte ha ritenuto sussistente la rilevanza pubblica della notizia in quanto l’articolo era stato scritto in occasione di un evento al quale aveva partecipato Vittorio Emanuele di Savoia e in considerazione della dimensione pubblica del personaggio (un soggetto che «è figlio dell’ultimo re d’Italia e, secondo il suo dire, erede al trono d’Italia»). Pertanto, secondo la Cassazione, il diritto all’oblio doveva soccombere in questo caso di fronte al diritto della collettività «ad essere informata e aggiornata sui fatti da cui dipende la formazione dei propri convincimenti».

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